La Valle delle Sfingi lunga circa 800 metri, presenta una serie di grossi monoliti in calcare (Rosso Ammonitico ed Oolite di San Vigilio), variamente modellati dalla disgregazione e dall'erosione, allineati longitudinalmente sul fondovalle e regolarmente distanziati l'uno dall'altro. Si sono originati per l'erosione e la dissoluzione di uno strato di Rosso Ammonitico che spesso poggia su di una base di Dogger selcioso (più facilmente erodibile), composto da Oolite di San Vigilio, formando così delle forme a fungo. Il Rosso Ammonitico che compone i monoliti è stratificato in senso orizzontale mostrando così le varie fasi di sedimentazione a cui è andato sogetto, ciascuna delle quali può essere durata migliaia di anni. Da ammirare sono alcuni monoliti posti a meridione della contrada vicino ad una pozza, ed alcune formazioni caratteristiche a "Prua di nave".



GUIDA A UNA PIACEVOLE INTERESSANTE PASSEGGIATA
Percorso geologico naturalistico "Camposilvano"

Da "Guida Covolo, Museo dei fossili e Valle delle Sfingi di Camposilvano" - a cura di Maurizio Delibori e Attilio Benetti per conto del Centro Turistico Giovanile, Animatori Culturali ed ambientali "Lessinia" - Corbiolo di Boscochiesanuova - Luglio 1995.

Il punto di partenza è Camposilvano, più precisamente la zona del museo e del Covolo (1155 m). Camposilvano si raggiunge da Verona lungo la provinciale per Velo che da Montorio sale a San Rocco di Piegara, oppure per la provinciale che da Cerro porta a Roverè e Velo (percorso più lungo). Da Velo si prosegue per San Giorgio arrivando in breve a Camposilvano. Qui si prende ad Est verso il camping e la contrada Covolo dove sulla casa di Benetti si trova una meridiana perfettamente conservata con la scritta: "CHISSÀ SE IL SOL BENIGNO NEL SUO RITORNO SEGNERÀ Dl TUA VITA UN NUOVO GIORNO"(1881).
Qui si visita il Covolo (ingresso a pagamento, assieme alla visita del Museo Geopaleontologico), prendendo per un sentiero facilmente individuabile a lato del Museo. Nel salire dietro la contrada, si noti come la maggior parte delle abitazioni ha la facciata rivolta a mezzogiorno ed il retro, esposto a Nord, è privo di aperture e presenta solo piccole finestre per proteggersi dal freddo.
Giungiamo ben presto ad un cancelletto in prossimità di alcuni monoliti in Rosso Ammonitico all'interno di un bosco di faggi. Oltrepassato il cancello, si scende in un boschetto di faggi, molto umido e fresco, tra grandi massi di Rosso Ammonitico, fino ad arrivare alla caverna del Covolo.

Qui potremo osservare tutte le formazioni rocciose sedimentarie che vanno dai Calcari Oolitici al Rosso Ammonitico ed al Biancone. Scendiamo sul fondo della grotta per un sentierino, facendo attenzione a non scivolare per l'umidità. A metà della discesa ci renderemo conto del cambiamento di temperatura, mentre potremo osservare in alcuni periodi dell'anno delle formazioni di nebbia e di ghiaccio sul fondo della grotta. Qui la veduta è impressionante e molto suggestiva.
Visitato il Covolo, si ritorna al Museo per lo stesso sentiero, e lo si visita, ammirando i numerosi reperti fossili dei Lessini, amorevolmente raccolti da Attilio Benetti e quivi sistemati con esaurienti didascalie e descrizioni. Il Museo Geopaleontologico (inaugurato nel luglio del 1999) raccoglie tutti i reperti esposto nel precedente Museo dei Fossili di Camposilvano e molti altri ancora. E' costituito da una grande sala con reperti fossili non solo della Lessinia (dell'Era Secondaria e Terziaria) ed illustrano, tra l'altro, la genesi del Covolo. Nelle numerose vetrine sono ben disposti fossili relativi alle formazioni sedimentarie della Dolomia, del Calcare Grigio, del Calcare Oolitico, del Rosso Ammonitico (con stupendi esemplari di ammoniti fossili), del Biancone e della Scaglia Rossa, nonché rocce eruttive dell'Era Cenozoica e Calcari Nummulitici. Infine il Museo raccoglie resti di Orso delle Caverne e reperti (ceramiche ed armi) rinvenuti nel Covolo. All'esterno del Museo si possono ammirare altri fossili, tra cui una gigantesca colonna vertebrale di squalo.

Ci incamminiamo ora per la stradina ad Est che fiancheggia il campeggio, e oltrepassata la cappella sulla simstra (edificata nel 1982 "per grazia ricevuta"), saliamo attraverso contrada Cuniche o Kunech (1160 m), incontrando subito gli elementi caratteristici delle contrade lessinee: un grande fienile sopra la stalla, il "baito" della contrada con le piccole finestre del "logo del late" e quella più grande del "logo del fogo", ed inoltre cinque cisterne interrate per la raccolta dell'acqua piovana. Un paio di sci con relative racchette... da museo fanno da ornamento alla facciata di una casa, dove un tempo stava un affresco di cui notiamo solo qualche traccia. Cuniche, attestato come cognome Cunego nel 1666, forse deriva dal cimbro "kuneg" = "re" e può essere stato introdotto da coloni provenienti dal vicentino. Attraversiamo la contrada, in parte restaurata ed abitata, e notiamo sull'ultima casa un capitello inserito nel muro ed una lapide del 1884 con la scritta: "BONA VITA BONA MORTE MALA VITA MALA MORTE".
Usciti dalla contrada ad est, torniamo sulla stradina incontrando poco più avanti un crocicchio chiamato "Strait". A protezione di questo incrocio di strade vediamo sulla sinistra una croce in pietra con l'iscrizione: "IN Rl C.G.E.F.F.A. 1890". Ci incamminiamo a sinistra (Nord) lungo la "Via Pastorale" che sale al Monte Bellocca (il toponimo in cimbro è "Langhéche" = "dosso lungo". Sul lato destro di questa, dove vediamo ancora i terrazzamenti,veniva coltivato fino alla Prima Guerra Mondiale il cosiddetto "marsol", un cereale seminato appunto in marzo. Sulla sinistra invece, la parte più bassa veniva usata come prato da fieno (possiamo notare in riferimento a questo qualche conchetta scavata nella pietra dove si raccoglieva l'acqua che serviva per affilare le punte degli scalpellini). Più in alto si trovano i pascoli, e proprio nei mucchi di pietre dei pascoli di contrada Kùnech si diceva abitasse "I'Orco Burlevole", un orco non cattivo, ma, appunto, burlone. Da notare in alto, sempre sulla sinistra, un altro capitello con Madonnina, accanto ad un grande faggio. Resti di trincee della Prima Guerra Mondiale affiancano la Via Pastorale. Costeggiano la Via, oltre a cespugli di nocciolo, frassini, faggi, prugnoli e ciliegi, delle belle lastre di rosso ammonitico. Sulla nostra destra, con il bel tempo, possiamo godere di un vasto panorama sulla "Val Sguerza" in fondo alla quale notiamo una grande malga. Il toponimo "Sguerza" deriva dal dialetto veneto e significa "storta".
Dopo circa 15 minuti di salita, scendiamo lungo la mulattiera e prendiamo a sinistra oltrepassando un muretto (Ovest), al limite della faggeta, nella Valle delle Sfingi, lunga circa 800 metri. Incontriamo quindi nella valle la contrada Buse di Sotto (1220 m), costituita da due costruzioni immerse nel paesaggio suggestivo dei monoliti carsici di Rosso Ammonitico. Una delle due costruzioni è crollata. I'altra invece rivolta a Sud, è il tipico edificio composto da casa a due piani, stalla (molto bella) fienile e un'altra piccola stalla, forse un porcile. Dietro l'edificio crollato possiamo vedere una bella "giassàra" tonda, per la conservazione del ghiaccio, molto ben conservata.

La Valle delle Sfingi presenta una serie di grossi monoliti in calcare (Rosso Ammonitico ed Oolite di San Vigilio), variamente modellati dalla disgregazione e dall'erosione, allineati longitudinalmente sul fondovalle e regolarmente distanziati l'uno dall'altro. Si sono originati per l'erosione e la dissoluzione di uno strato di Rosso Ammonitico che spesso poggia su di una base di Dogger selcioso (più facilmente erodibile), composto di Oolite di San Vigilio, formando così delle forme a fungo. Il Rosso Ammonitico che compone i monoliti è stratificato in senso orizzontale mostrando così le varie fasi di sedimentazione a cui è andato soggetto, ciascuna delle quali può essere durata migliaia di anni. Da ammirare sono alcuni monoliti posti a meridione della contrada, vicino ad una pozza, ed alcune formazioni caratteristiche a "prua di nave". Risalendo dalla contrada verso Nord, passando attraverso l'apertura del muretto alla nostra destra, e dopo aver osservato una grande ruota di pietra, forse una macina per faggiole, arriviamo ad una pozza, presso la quale è posta una lapide del 1657 che ci ricorda come l'ambiente naturale e la fauna di quel tempo fossero diversi.
In questo punto infatti una donna venne sbranata da un lupo. L'iscrizione, difficile da leggere, dice: "CO(mune) VELO P. IL CAS(o) FORD o Dl MADA(lena) DE LA VALE 1657" (Valle è una contrada poco distante da Camposilvano, posta a settentrione). Tornati alle Buse attraverso la faggeta, osserviamo il "Fò de la pace" sul dosso di fronte a noi (a Nord-Ovest), isolato nel prato vicino ad una malga; è chiamato in questo modo in quanto fino al secolo scorso sotto le sue chiome si componevano liti e si stipulavano contratti. Scendiamo di nuovo lungo la valle verso Camposilvano (ad Ovest) e passiamo attraverso contrada Brutto (1194 m) costituita da un edificio moderno e da una vecchia stalla con fienile rimodernato. Bisogna ricordare che il nome antico di questa parte della Valle delle Sfingi era appunto "Vajo del Brutto". Nel bosco a Nord?Ovest della contrada, possiamo raggiungere in breve l'omonimo Covolo che conserva il pozzo di crollo.
Continuando ad Ovest sulla strada bianca, ci appare ben presto il "fungo di Camposilvano", o, meglio, secondo la tradizione, "el sengio de l'orco", portato qui da un orco per permettere alle "fade" di legarvi un capo di corda per stendere il bucato. Per arrivare a Camposilvano dal Brutto, possiamo scendere a sinistra dopo la stalla per il sentiero che costeggia la dolina sotto il "Fungo" e quindi salire per osservare nel lato settentrionale della dolina stessa, detta "Covolo degli Storti", due grandi terrazzamenti ed un riparo all'interno del quale, come nel grande Covolo di Camposilvano, turono rinvenuti dei manufatti preistorici in selce.
Da qui in pochi minuti si giunge a Camposilvano (1165 m). Attraversando il paese, soffermiamoci ad osservare delle belle abitazioni e stalle antiche una delle quali risale al XV secolo. La chiesetta è dedicata a San Carlo Borromeo, che la leggenda vuole sia passato di qui per recarsi al Concilio di Trento. La prima cappellina sarebbe stata edificata per conservare la vera di un pozzo su cui il Santo avrebbe lasciato lo stampo della mano. La prima costruzione risale comunque al 1600, quattro anni prima che Carlo Borromeo fosse dichiarato Santo! Un ampliamento successivo venne fatto nel XVIII sec., mentre quello definitivo, con la costruzione del campanile, è del l907. La famosa vera del pozzo venne purtroppo persa durante le ricostruzioni. Di fronte alla chiesa una lapide ricorda che il 23 luglio 1931 "Camposilvano ebbe luce ed acqua". Chiudiamo il nostro percorso scendendo brevemente per la strada ad Est, verso it Museo dove, se non lo si è già fatto, varrà la pena "far quattro chiacchiere" con "Tilio" Benetti.